A volte mettere a posto la libreria fa ritrovare cose che si credeva perse. Oggi, sfogliando vecchie riviste, ne ho ritrovata una del maggio 1956 e all'interno un articolo che sarebbe utile che molti leggessero. Purtroppo la rivista, in Italia, ha cessato le pubblicazioni anni fa e quindi è improbabile che vi capiti di leggerlo.
Mi permetto perciò di riproporvelo anticipandovi che non è una lettura divertente.
Ma spesso le medicine non hanno un buon sapore.
Se vi va leggetelo. Spero sia utile a voi come lo è stato a me la prima volta che lo lessi.
MORTE CON L'ACCELERATORE
di J. C. Furnas
Fra le migliaia e migliaia di articoli apparsi nel Reader's Digest dal 1922, pochi hanno suscitato un'impressione tanto profonda quanto “Morte con l'acceleratore”.
Pubblicato la prima volta nel 1935, questo articolo dette l'avvio ad una campagna per la prevenzione degli infortuni, che negli Stati Uniti ridusse d'un terzo la mortalità per incidenti stradali. Enti pubblici e privati ne richiesero la ristampa per un totale di quattro milioni di copie.
«Nessun altro scritto è riuscito, al pari di questo, a far sentire al pubblico l'urgenza di affrontare il problema dei sinistri automobilistici» ha dichiarato Pyke Johnson, presidente della Fondazione Americana per la Sicurezza Automobilistica.
Selezione dal Reader's Digest pubblica ora “Morte con l'acceleratore” nella convinzione di rendere così un servizio d'interesse pubblico, ricordando ad ogni cittadino, comunque usi la strada, il dovere di rispettare la propria e l'altrui incolumità.
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Le statistiche degli incidenti automobilistici - in Italia quasi 127.000 nel 1954, con 5281 morti non danno mai a chi guida l'auto quella scossa violenta che gli faccia aprire gli occhi sugli spaventevoli rischi che corre. L'automobilista non traduce le fredde statistiche in realtà di sangue e di spasimo.
Le cifre non dicono le sofferenze e l'orrore delle atroci mutilazioni, cioè quel che più conta.
Bisogna dar loro un'evidenza più diretta. La vista fuggevole d'una macchina sfasciata o la notizia che un conoscente, con il quale si è pranzato la settimana scorsa, è all'ospedale per una frattura alla spina dorsale, fa rallentare almeno per un poco chiunque non sia un incosciente.
Ma quel che occorre è la consapevolezza immediata e continua che quando schiacciate a fondo l'acceleratore, la morte viene a sedersi accanto a voi, sperando che sia la sua volta buona.
Quel solo incidente orribile a cui forse avete assistito non è un caso isolato: orrori del genere accadono a ogni ora del giorno su tutte le strade. Se ve ne rendeste conto davvero; le poche righe nel giornale del lunedì, in cui si dice che 12 persone sono morte negli incidenti stradali della domenica, vi caverebbero qualcosa di più dell'indifferente esclamazione con cui voltate la pagina e passate alle notizie sportive.
Non sarebbe male se ogni tanto qualche giudice condannasse i guidatori sconsiderati a fare una visita all'obitorio. Ma nemmeno un corpo straziato steso su una lastra di marmo dà un'idea della scena vera e propria dell'incidente. Nessun pittore, in un cartellone che esorti alla prudenza, oserebbe dipingere quelle scene in ogni particolare.
Il cartellone dovrebbe esser corredato da film e da effetti sonori, quali gli sforzi vani del ferito che cerca di rialzarsi e invece si riaffloscia, il suo respiro ansante, il suo rantolo lamentoso man mano che lo choc dilegua e il dolore l'invade. Il cartellone dovrebbe ritrarre l'espressione inebetita d'un uomo che, stupefatto dallo choc, guarda la propria gamba spezzata e contorta come una Z; l'aspetto raccapricciante del corpo d'un bambino con la gabbia toracica schiacciata; l'immagine realistica d'una donna isterica per il terrore, con la bocca che urla simile a un buco nel velo di sangue che le copre gli occhi e le cola dal mento.
Particolari di minor conto potrebbero essere i tronconi rossi delle ossa che sbuzzano dalla pelle nelle fratture esposte, e la carne viva, paonazza e trasudante, dove stoffa e pelle sono state strappate insieme.
Queste sono le conseguenze normali e quotidiane della nostra smania d'arrivare in fretta che ci fa arrischiare la vita due o tre volte per viaggio. Se i fantasmi potessero servire a qualcosa, ogni tratto pericoloso di strada accoglierebbe l'automobilista, che vi si avventura, con gemiti e urla e con l'istruttivo spettacolo di cadaveri di ogni misura, sesso ed età, distesi orrendamente immobili sull'erba insanguinata.
L'anno scorso un agente della polizia stradale di cui sono amico fermò una rossa macchina fuori serie che correva all'impazzata. Al volante c'era un padre di famiglia con l'aria d'una persona posata, ed era evidente che si recava a fare una bella gita con i suoi; perciò l'agente si senti disposto all'indulgenza e disse: «Per questa volta lasciamo andare, ma se continuate a correre così finirete male. Andate pure... ma con calma.» Poco dopo il guidatore d'una macchina di passaggio chiamò l'agente e gli chiese se avesse inflitto una multa al proprietario della fuori serie rossa. «No» disse l'agente « non ho voluto guastargli la gita.» «Peccato che non l'abbiate fatto.» disse l'automobilista. «Vi avevo visto fermarlo... e poi, dopo una cinquantina di chilometri, ho rivisto quella macchina. Mi si accappona ancora la pelle a pensarci. La macchina era tutta accartocciata come una fisarmonica: non era rimasta che la vernice rossa. Tutti morti sul colpo, tranne uno dei bambini che però non deve essere arrivato vivo all'ospedale.»
È una cosa che forse fa accapponare la pelle anche a voi. Ma se proprio non siete dei rompicollo inguaribili, credo che un'occhiata a quel cartellone che il pittore non osa dipingere realisticamente, una conoscenza di prima mano di quel che avviene quando la benzina si allea con lo scarso criterio, possa giovarvi. Non è colpa mia che i fatti siano raccapriccianti.
Se avete il coraggio di andar forte e di rischiare l'osso del collo, abbiate anche quello di sottomettervi alla cura adatta. Non potete salire su un'ambulanza, o andare a guardare il chirurgo che opera la vittima d'un incidente stradale, però potete leggere.
L'automobile è traditrice, come il gatto. E la tragedia sta in questo: è molto difficile rendersi conto che può diventare un proiettile micidiale.
Gli entusiasti vi diranno che non è nulla andare a 100 chilometri l'ora.
Ma 100 chilometri l'ora sono 27 metri il secondo, una velocità che impone ai freni della vettura e ai riflessi del guidatore uno sforzo assolutamente ingiustificato e che può trasformare in un elefante infuriato quel docile mezzo di locomozione.
Scontro, ribaltamento, sbandata, ogni tipo d'incidente causa un massacrante arresto istantaneo oppure un rovinoso cambio di direzione, e siccome i passeggeri - cioè voi - proseguono nella direzione di prima e alla velocità di prima, ogni superficie e ogni spigolo nell'interno dell'automobile diventano immediatamente un proiettile che colpisce e dilania, puntato dritto su di voi: senza scampo. Non c'è difesa contro queste imperiose leggi dell'inerzia.
È come andar giù da una cascata in una botte di ferro irta di chiodi. Il meglio che possa capitarvi - ma è ben raro che capiti - è che siate scaraventati fuori della macchina all'aprirsi degli sportelli, in modo da dover fare i conti soltanto con il terreno. È vero che lo urtate con la stessa forza con cui lo urtereste se foste scaraventati fuori da un treno rapido in piena velocità, ma evitate almeno tutta quell'iradiddio di manopole metalliche, di spigoli, di vetri all'interno della vettura.
Tutto può accadere nell'attimo di uno scontro, anche quei miracolosi casi d'incolumità di cui sentite parlare. C'è gente che s'è infilata a capofitto nel parabrezza e ne è uscita soltanto con qualche graffio. Altri hanno cozzato con le macchine frontalmente, riducendole un ammasso di rottami, e sono stati trovati incolumi che litigavano accanitamente due minuti dopo.
Ma la morte era presente lo stesso: non faceva altro che valersi del suo privilegio di essere capricciosa.
Questa primavera gli uomini d'un carro di soccorso aprirono a forza lo sportello di un'automobile che s'era rovesciata giù per una scarpata; ne usci il guidatore che aveva soltanto un graffio su una guancia. Ma la madre di costui era ancora dentro la macchina, con una scheggia di legno conficcata per dieci centimetri nel cervello: e questo perché il figlio aveva abbordato una curva sdrucciolevole a velocità eccessiva. Non c'era sangue, non c'erano ossa orribilmente spezzate : c'era soltanto una morta dai capelli grigi che stringeva ancora convulsamente la borsetta, come quando s'era accorta che l'auto usciva di strada.
Alla stessa curva, un mese dopo, una vettura utilitaria ha cozzato contro un albero. Nel mezzo del sedile anteriore hanno trovato un bambino di nove mesi, circondato da schegge di vetro e assolutamente incolume. Un bello scherzo della morte... guastato però dai genitori del bambino, che ancora gli erano seduti ai lati, morti sul colpo per essersi fracassati il cranio contro il cruscotto.
Se avete l'abitudine di sorpassare senza aver davanti a voi un sufficiente tratto di buona visibilità, accertatevi che i vostri passeggeri abbiano con loro documenti per l'identificazione: è difficile identificare un cadavere con la faccia schiacciata o strappata via. Il guidatore è il bersaglio preferito della morte.
Il volante, se rimane intero, gli spacca il fegato o la milza causandogli la morte per emorragia interna. Oppure, se si spezza, la questione è risolta all'istante dal piantone dello sterzo che gli penetra nel ventre.
Gli scontri frontali non avvengono tutti nelle curve, al contrario.
Il classico trabocchetto, oggi, è un bel rettilineo a tre corsie. Quest'improvviso apparire d'una strada larga e dritta invita più d'un guidatore, di solito prudente, a sorpassare chi lo precede. Allo stesso momento un'auto che viene dalla direzione contraria si sposta a sua volta verso il centro della strada, ad alta velocità, in un tentativo di sorpasso. All'ultimo momento, tutt'e due le auto cercano di tornare nella propria corsia, ma non hanno più spazio. Mentre le macchine che erano in fila nelle corsie laterali sono costrette a finire nel fosso capovolgendosi, le due vetture che tentavano il sorpasso si scontrano quasi frontalmente con un cozzo violento che le proietta di traverso addosso alle altre.
Un agente della polizia stradale mi ha descritto un incidente del genere: cinque vetture in un solo groviglio, sette morti sul colpo, due morti durante il tragitto all'ospedale, altri due morti in seguito.
L'agente si ricorda il fatto molto più vividamente di quanto desidererebbe: la fretta con cui il medico si ritrasse da uno dei morti, per assistere una donna con la spina dorsale spezzata; i tre corpi emersi da una delle vetture talmente inzuppati dall'olio della coppa che sembravano sigari ammollati, senza più aspetto umano; il modo in cui un uomo camminava tutt'intorno parlando fra sé, dimentico dei morti e dei moribondi, dimentico perfino d'un listello d'acciaio che gli spuntava come un pugnale dal polso sanguinante; una bella ragazza con la fronte scoperchiata, che si sforzava di trarsi fuori del fosso nonostante avesse l'anca fratturata. Un'ecatombe di questa specie è soltanto una questione di proporzione e di numero: chi è morto è morto, tanto se è morto da solo, quanto se è morto con altri sei.
Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, il cui corpo straziato è servito a formare il totale di coloro che morirono l'anno scorso sull'asfalto, ha dovuto pagare con il suo bene più prezioso: la propria vita.
Un'auto che sbanda e rotola giù da una scarpata, sbatacchiando e fracassando i passeggeri ad ogni sobbalzo, può avvolgersi tanto bene intorno a un tronco d'albero che i paraurti, posteriore e anteriore, s'agganciano l'uno con l'altro, rendendo necessaria la fiamma ossidrica per separarli. In un recente caso del genere, una vecchia signora che prima era nel sedile posteriore, fu trovata stesa sui ginocchi della figlia che sedeva davanti, l'una immersa nel sangue dell'altra e nel proprio e tutt'e due talmente dilaniate che non c'era più ragione di fare un'autopsia per sapere se la causa della morte fosse stata la frattura della base cranica o lo schiacciamento del cuore.
Certe ferite sono causate specialmente dal ribaltamento della macchina. La frattura del bacino, per esempio, che garantisce alcuni mesi penosissimi a letto, nell'immobilità, e forse l'invalidità permanente; quella della spina dorsale, risultante da una semplice, violenta torsione del corpo; i particolari minori di ginocchi fratturati, di scapole scheggiate a causa dell'urto contro il fianco della vettura, quando questa si rovescia oltre il ciglio della strada con l'impeto d'un pazzesco otto volante; le conseguenze mortali delle costole spezzate che perforano cuore e polmoni con i loro aguzzi spuntoni. L'emorragia interna che ne deriva non è meno pericolosa perché è la cavità pleurica, invece di quella addominale, a riempirsi di sangue.
Neanche i cristalli di sicurezza sono del tutto sicuri quando la vettura urta contro un ostacolo ad alta velocità.
Si sentono raccontare fatti singolari di corpi umani, proiettati avanti nell'urto, che aprono con la testa un foro perfetto nel cristallo -le spalle non passano, il cristallo non si frantuma - e gli orli taglienti del foro decapitano il corpo di netto, come una ghigliottina.
E per continuare con il tema della decapitazione, l'uscir di strada andando a sbattere contro una cancellata può sollevare per sempre dal pensiero di ogni altra ferita: basta che una delle sbarre spezzate sfondi il parabrezza e spicchi d'un colpo solo il capo dal busto. Decapitazione grossolana, forse, ma pienamente risolutiva.
Spesso si trovano i cadaveri senza scarpe e con i piedi maciullati. Le scarpe sono rimaste sul pavimento della vettura, vuote e con i lacci ancora perfettamente annodati. La velocità delle macchine moderne causa strani effetti di questo genere.
Tutto questo è cosa d'ogni giorno sulle nostre strade.
Perché i medici e la polizia stradale si ricordino di un incidente particolare bisogna fare qualcosa fuori dell'ordinario, come quella signora che sfondò il parabrezza con la testa, innaffiando di schegge gli altri occupanti della vettura, e poi, quando l'auto rotolò su se stessa, rotolò anche lei lungo la cornice del parabrezza che le tagliò la gola da un orecchio all'altro.
Oppure bisogna sostare sulla sede stradale, troppo vicino a una curva, di notte, e mettersi a tirar fuori del baule la ruota di scorta: modo infallibile per immortalarsi nella memoria di qualcuno come quel tale che fu ridotto a una pizza larga un metro e alta quattro dita dal cozzo d'un pesante autocarro contro la coda della vettura. Oppure bisogna essere originali come quei due giovanotti che la primavera scorsa furono scaraventati fuori della loro macchina aperta e ognuno, passando, spezzò con la testa una colonnina del parabrezza, cosi che i loro crani furono scoperchiati di netto fino alle sopracciglia. Oppure schiantare un albero del diametro di 20 centimetri e restare impalato su un troncone.
Niente di tutto questo è un prodotto della fantasia, inteso a spaventare: è unicamente l'orrenda materia prima delle statistiche annue come la vedono, nel normale esercizio delle loro funzioni, poliziotti e medici, scelti a caso.
Quel che sorprende è che ci sia tanto poca diversità nelle storie che raccontano.
È difficile trovare il superstite d'un incidente che possa parlare. Una volta ripresa conoscenza, il dolore lacerante che invade tutto il corpo ha la sua giustificazione quando si sa d'aver le due clavicole rotte, tutt'e due le scapole scheggiate, il braccio destro fratturato in tre punti, tre costole incrinate e, con ogni probabilità, qualche grave lesione interna. Ma il dolore, quando l'effetto dello choc svanisce, non riesce a distrarre dal pensiero che probabilmente si sta morendo. Non si può dimenticarlo, neppure quando si è trasferiti dal terreno a una barella e le costole spezzate mordono i polmoni e le estremità aguzze delle clavicole si spostano per piantarsi profondamente di qua e di là nella gola urlante. Quando si è smesso d'urlare, torna tutto alla mente: si sta morendo e ci si maledice per la propria imprudenza.
No, non è fantasia. È quel che si sente quando si è una delle vittime.
Ogni volta che sorpassate in curva, ogni volta che schiacciate l'acceleratore su una strada sdrucciolevole, ogni volta che andate più forte di quanto i vostri riflessi consentano, ogni volta che seguite troppo da vicino la macchina che vi precede, mettete in palio pochi secondi contro il sangue, lo spasimo, la morte.
Immaginatevi stesi per terra, mentre il medico scrolla il capo su di voi, dice ai portabarella che non c'è più nulla da fare e si accosta a qualcun altro che ha ancora un filo di vita.
Pensateci. E andate piano.
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Mi permetto perciò di riproporvelo anticipandovi che non è una lettura divertente.
Ma spesso le medicine non hanno un buon sapore.
Se vi va leggetelo. Spero sia utile a voi come lo è stato a me la prima volta che lo lessi.
MORTE CON L'ACCELERATORE
di J. C. Furnas
Fra le migliaia e migliaia di articoli apparsi nel Reader's Digest dal 1922, pochi hanno suscitato un'impressione tanto profonda quanto “Morte con l'acceleratore”.
Pubblicato la prima volta nel 1935, questo articolo dette l'avvio ad una campagna per la prevenzione degli infortuni, che negli Stati Uniti ridusse d'un terzo la mortalità per incidenti stradali. Enti pubblici e privati ne richiesero la ristampa per un totale di quattro milioni di copie.
«Nessun altro scritto è riuscito, al pari di questo, a far sentire al pubblico l'urgenza di affrontare il problema dei sinistri automobilistici» ha dichiarato Pyke Johnson, presidente della Fondazione Americana per la Sicurezza Automobilistica.
Selezione dal Reader's Digest pubblica ora “Morte con l'acceleratore” nella convinzione di rendere così un servizio d'interesse pubblico, ricordando ad ogni cittadino, comunque usi la strada, il dovere di rispettare la propria e l'altrui incolumità.
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Le statistiche degli incidenti automobilistici - in Italia quasi 127.000 nel 1954, con 5281 morti non danno mai a chi guida l'auto quella scossa violenta che gli faccia aprire gli occhi sugli spaventevoli rischi che corre. L'automobilista non traduce le fredde statistiche in realtà di sangue e di spasimo.
Le cifre non dicono le sofferenze e l'orrore delle atroci mutilazioni, cioè quel che più conta.
Bisogna dar loro un'evidenza più diretta. La vista fuggevole d'una macchina sfasciata o la notizia che un conoscente, con il quale si è pranzato la settimana scorsa, è all'ospedale per una frattura alla spina dorsale, fa rallentare almeno per un poco chiunque non sia un incosciente.
Ma quel che occorre è la consapevolezza immediata e continua che quando schiacciate a fondo l'acceleratore, la morte viene a sedersi accanto a voi, sperando che sia la sua volta buona.
Quel solo incidente orribile a cui forse avete assistito non è un caso isolato: orrori del genere accadono a ogni ora del giorno su tutte le strade. Se ve ne rendeste conto davvero; le poche righe nel giornale del lunedì, in cui si dice che 12 persone sono morte negli incidenti stradali della domenica, vi caverebbero qualcosa di più dell'indifferente esclamazione con cui voltate la pagina e passate alle notizie sportive.
Non sarebbe male se ogni tanto qualche giudice condannasse i guidatori sconsiderati a fare una visita all'obitorio. Ma nemmeno un corpo straziato steso su una lastra di marmo dà un'idea della scena vera e propria dell'incidente. Nessun pittore, in un cartellone che esorti alla prudenza, oserebbe dipingere quelle scene in ogni particolare.
Il cartellone dovrebbe esser corredato da film e da effetti sonori, quali gli sforzi vani del ferito che cerca di rialzarsi e invece si riaffloscia, il suo respiro ansante, il suo rantolo lamentoso man mano che lo choc dilegua e il dolore l'invade. Il cartellone dovrebbe ritrarre l'espressione inebetita d'un uomo che, stupefatto dallo choc, guarda la propria gamba spezzata e contorta come una Z; l'aspetto raccapricciante del corpo d'un bambino con la gabbia toracica schiacciata; l'immagine realistica d'una donna isterica per il terrore, con la bocca che urla simile a un buco nel velo di sangue che le copre gli occhi e le cola dal mento.
Particolari di minor conto potrebbero essere i tronconi rossi delle ossa che sbuzzano dalla pelle nelle fratture esposte, e la carne viva, paonazza e trasudante, dove stoffa e pelle sono state strappate insieme.
Queste sono le conseguenze normali e quotidiane della nostra smania d'arrivare in fretta che ci fa arrischiare la vita due o tre volte per viaggio. Se i fantasmi potessero servire a qualcosa, ogni tratto pericoloso di strada accoglierebbe l'automobilista, che vi si avventura, con gemiti e urla e con l'istruttivo spettacolo di cadaveri di ogni misura, sesso ed età, distesi orrendamente immobili sull'erba insanguinata.
L'anno scorso un agente della polizia stradale di cui sono amico fermò una rossa macchina fuori serie che correva all'impazzata. Al volante c'era un padre di famiglia con l'aria d'una persona posata, ed era evidente che si recava a fare una bella gita con i suoi; perciò l'agente si senti disposto all'indulgenza e disse: «Per questa volta lasciamo andare, ma se continuate a correre così finirete male. Andate pure... ma con calma.» Poco dopo il guidatore d'una macchina di passaggio chiamò l'agente e gli chiese se avesse inflitto una multa al proprietario della fuori serie rossa. «No» disse l'agente « non ho voluto guastargli la gita.» «Peccato che non l'abbiate fatto.» disse l'automobilista. «Vi avevo visto fermarlo... e poi, dopo una cinquantina di chilometri, ho rivisto quella macchina. Mi si accappona ancora la pelle a pensarci. La macchina era tutta accartocciata come una fisarmonica: non era rimasta che la vernice rossa. Tutti morti sul colpo, tranne uno dei bambini che però non deve essere arrivato vivo all'ospedale.»
È una cosa che forse fa accapponare la pelle anche a voi. Ma se proprio non siete dei rompicollo inguaribili, credo che un'occhiata a quel cartellone che il pittore non osa dipingere realisticamente, una conoscenza di prima mano di quel che avviene quando la benzina si allea con lo scarso criterio, possa giovarvi. Non è colpa mia che i fatti siano raccapriccianti.
Se avete il coraggio di andar forte e di rischiare l'osso del collo, abbiate anche quello di sottomettervi alla cura adatta. Non potete salire su un'ambulanza, o andare a guardare il chirurgo che opera la vittima d'un incidente stradale, però potete leggere.
L'automobile è traditrice, come il gatto. E la tragedia sta in questo: è molto difficile rendersi conto che può diventare un proiettile micidiale.
Gli entusiasti vi diranno che non è nulla andare a 100 chilometri l'ora.
Ma 100 chilometri l'ora sono 27 metri il secondo, una velocità che impone ai freni della vettura e ai riflessi del guidatore uno sforzo assolutamente ingiustificato e che può trasformare in un elefante infuriato quel docile mezzo di locomozione.
Scontro, ribaltamento, sbandata, ogni tipo d'incidente causa un massacrante arresto istantaneo oppure un rovinoso cambio di direzione, e siccome i passeggeri - cioè voi - proseguono nella direzione di prima e alla velocità di prima, ogni superficie e ogni spigolo nell'interno dell'automobile diventano immediatamente un proiettile che colpisce e dilania, puntato dritto su di voi: senza scampo. Non c'è difesa contro queste imperiose leggi dell'inerzia.
È come andar giù da una cascata in una botte di ferro irta di chiodi. Il meglio che possa capitarvi - ma è ben raro che capiti - è che siate scaraventati fuori della macchina all'aprirsi degli sportelli, in modo da dover fare i conti soltanto con il terreno. È vero che lo urtate con la stessa forza con cui lo urtereste se foste scaraventati fuori da un treno rapido in piena velocità, ma evitate almeno tutta quell'iradiddio di manopole metalliche, di spigoli, di vetri all'interno della vettura.
Tutto può accadere nell'attimo di uno scontro, anche quei miracolosi casi d'incolumità di cui sentite parlare. C'è gente che s'è infilata a capofitto nel parabrezza e ne è uscita soltanto con qualche graffio. Altri hanno cozzato con le macchine frontalmente, riducendole un ammasso di rottami, e sono stati trovati incolumi che litigavano accanitamente due minuti dopo.
Ma la morte era presente lo stesso: non faceva altro che valersi del suo privilegio di essere capricciosa.
Questa primavera gli uomini d'un carro di soccorso aprirono a forza lo sportello di un'automobile che s'era rovesciata giù per una scarpata; ne usci il guidatore che aveva soltanto un graffio su una guancia. Ma la madre di costui era ancora dentro la macchina, con una scheggia di legno conficcata per dieci centimetri nel cervello: e questo perché il figlio aveva abbordato una curva sdrucciolevole a velocità eccessiva. Non c'era sangue, non c'erano ossa orribilmente spezzate : c'era soltanto una morta dai capelli grigi che stringeva ancora convulsamente la borsetta, come quando s'era accorta che l'auto usciva di strada.
Alla stessa curva, un mese dopo, una vettura utilitaria ha cozzato contro un albero. Nel mezzo del sedile anteriore hanno trovato un bambino di nove mesi, circondato da schegge di vetro e assolutamente incolume. Un bello scherzo della morte... guastato però dai genitori del bambino, che ancora gli erano seduti ai lati, morti sul colpo per essersi fracassati il cranio contro il cruscotto.
Se avete l'abitudine di sorpassare senza aver davanti a voi un sufficiente tratto di buona visibilità, accertatevi che i vostri passeggeri abbiano con loro documenti per l'identificazione: è difficile identificare un cadavere con la faccia schiacciata o strappata via. Il guidatore è il bersaglio preferito della morte.
Il volante, se rimane intero, gli spacca il fegato o la milza causandogli la morte per emorragia interna. Oppure, se si spezza, la questione è risolta all'istante dal piantone dello sterzo che gli penetra nel ventre.
Gli scontri frontali non avvengono tutti nelle curve, al contrario.
Il classico trabocchetto, oggi, è un bel rettilineo a tre corsie. Quest'improvviso apparire d'una strada larga e dritta invita più d'un guidatore, di solito prudente, a sorpassare chi lo precede. Allo stesso momento un'auto che viene dalla direzione contraria si sposta a sua volta verso il centro della strada, ad alta velocità, in un tentativo di sorpasso. All'ultimo momento, tutt'e due le auto cercano di tornare nella propria corsia, ma non hanno più spazio. Mentre le macchine che erano in fila nelle corsie laterali sono costrette a finire nel fosso capovolgendosi, le due vetture che tentavano il sorpasso si scontrano quasi frontalmente con un cozzo violento che le proietta di traverso addosso alle altre.
Un agente della polizia stradale mi ha descritto un incidente del genere: cinque vetture in un solo groviglio, sette morti sul colpo, due morti durante il tragitto all'ospedale, altri due morti in seguito.
L'agente si ricorda il fatto molto più vividamente di quanto desidererebbe: la fretta con cui il medico si ritrasse da uno dei morti, per assistere una donna con la spina dorsale spezzata; i tre corpi emersi da una delle vetture talmente inzuppati dall'olio della coppa che sembravano sigari ammollati, senza più aspetto umano; il modo in cui un uomo camminava tutt'intorno parlando fra sé, dimentico dei morti e dei moribondi, dimentico perfino d'un listello d'acciaio che gli spuntava come un pugnale dal polso sanguinante; una bella ragazza con la fronte scoperchiata, che si sforzava di trarsi fuori del fosso nonostante avesse l'anca fratturata. Un'ecatombe di questa specie è soltanto una questione di proporzione e di numero: chi è morto è morto, tanto se è morto da solo, quanto se è morto con altri sei.
Ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, il cui corpo straziato è servito a formare il totale di coloro che morirono l'anno scorso sull'asfalto, ha dovuto pagare con il suo bene più prezioso: la propria vita.
Un'auto che sbanda e rotola giù da una scarpata, sbatacchiando e fracassando i passeggeri ad ogni sobbalzo, può avvolgersi tanto bene intorno a un tronco d'albero che i paraurti, posteriore e anteriore, s'agganciano l'uno con l'altro, rendendo necessaria la fiamma ossidrica per separarli. In un recente caso del genere, una vecchia signora che prima era nel sedile posteriore, fu trovata stesa sui ginocchi della figlia che sedeva davanti, l'una immersa nel sangue dell'altra e nel proprio e tutt'e due talmente dilaniate che non c'era più ragione di fare un'autopsia per sapere se la causa della morte fosse stata la frattura della base cranica o lo schiacciamento del cuore.
Certe ferite sono causate specialmente dal ribaltamento della macchina. La frattura del bacino, per esempio, che garantisce alcuni mesi penosissimi a letto, nell'immobilità, e forse l'invalidità permanente; quella della spina dorsale, risultante da una semplice, violenta torsione del corpo; i particolari minori di ginocchi fratturati, di scapole scheggiate a causa dell'urto contro il fianco della vettura, quando questa si rovescia oltre il ciglio della strada con l'impeto d'un pazzesco otto volante; le conseguenze mortali delle costole spezzate che perforano cuore e polmoni con i loro aguzzi spuntoni. L'emorragia interna che ne deriva non è meno pericolosa perché è la cavità pleurica, invece di quella addominale, a riempirsi di sangue.
Neanche i cristalli di sicurezza sono del tutto sicuri quando la vettura urta contro un ostacolo ad alta velocità.
Si sentono raccontare fatti singolari di corpi umani, proiettati avanti nell'urto, che aprono con la testa un foro perfetto nel cristallo -le spalle non passano, il cristallo non si frantuma - e gli orli taglienti del foro decapitano il corpo di netto, come una ghigliottina.
E per continuare con il tema della decapitazione, l'uscir di strada andando a sbattere contro una cancellata può sollevare per sempre dal pensiero di ogni altra ferita: basta che una delle sbarre spezzate sfondi il parabrezza e spicchi d'un colpo solo il capo dal busto. Decapitazione grossolana, forse, ma pienamente risolutiva.
Spesso si trovano i cadaveri senza scarpe e con i piedi maciullati. Le scarpe sono rimaste sul pavimento della vettura, vuote e con i lacci ancora perfettamente annodati. La velocità delle macchine moderne causa strani effetti di questo genere.
Tutto questo è cosa d'ogni giorno sulle nostre strade.
Perché i medici e la polizia stradale si ricordino di un incidente particolare bisogna fare qualcosa fuori dell'ordinario, come quella signora che sfondò il parabrezza con la testa, innaffiando di schegge gli altri occupanti della vettura, e poi, quando l'auto rotolò su se stessa, rotolò anche lei lungo la cornice del parabrezza che le tagliò la gola da un orecchio all'altro.
Oppure bisogna sostare sulla sede stradale, troppo vicino a una curva, di notte, e mettersi a tirar fuori del baule la ruota di scorta: modo infallibile per immortalarsi nella memoria di qualcuno come quel tale che fu ridotto a una pizza larga un metro e alta quattro dita dal cozzo d'un pesante autocarro contro la coda della vettura. Oppure bisogna essere originali come quei due giovanotti che la primavera scorsa furono scaraventati fuori della loro macchina aperta e ognuno, passando, spezzò con la testa una colonnina del parabrezza, cosi che i loro crani furono scoperchiati di netto fino alle sopracciglia. Oppure schiantare un albero del diametro di 20 centimetri e restare impalato su un troncone.
Niente di tutto questo è un prodotto della fantasia, inteso a spaventare: è unicamente l'orrenda materia prima delle statistiche annue come la vedono, nel normale esercizio delle loro funzioni, poliziotti e medici, scelti a caso.
Quel che sorprende è che ci sia tanto poca diversità nelle storie che raccontano.
È difficile trovare il superstite d'un incidente che possa parlare. Una volta ripresa conoscenza, il dolore lacerante che invade tutto il corpo ha la sua giustificazione quando si sa d'aver le due clavicole rotte, tutt'e due le scapole scheggiate, il braccio destro fratturato in tre punti, tre costole incrinate e, con ogni probabilità, qualche grave lesione interna. Ma il dolore, quando l'effetto dello choc svanisce, non riesce a distrarre dal pensiero che probabilmente si sta morendo. Non si può dimenticarlo, neppure quando si è trasferiti dal terreno a una barella e le costole spezzate mordono i polmoni e le estremità aguzze delle clavicole si spostano per piantarsi profondamente di qua e di là nella gola urlante. Quando si è smesso d'urlare, torna tutto alla mente: si sta morendo e ci si maledice per la propria imprudenza.
No, non è fantasia. È quel che si sente quando si è una delle vittime.
Ogni volta che sorpassate in curva, ogni volta che schiacciate l'acceleratore su una strada sdrucciolevole, ogni volta che andate più forte di quanto i vostri riflessi consentano, ogni volta che seguite troppo da vicino la macchina che vi precede, mettete in palio pochi secondi contro il sangue, lo spasimo, la morte.
Immaginatevi stesi per terra, mentre il medico scrolla il capo su di voi, dice ai portabarella che non c'è più nulla da fare e si accosta a qualcun altro che ha ancora un filo di vita.
Pensateci. E andate piano.
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