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mercoledì 11 marzo 2020


Nessuno viaggiava d'inverno
di Francesco Pomponio

Aveva lavorato tutta l'estate e l'intero autunno per costruirla e finalmente aveva finito, ed era il tempo giusto. Fra poco sarebbe venuto il freddo ed egli già ne avvertiva il presagio nelle foglie che frusciavano cadendo dagli alti alberi.
Sedeva solo, in mezzo al bosco, dove nessuno mai si recava per timore di perdersi e doverci trascorrere la notte, ma egli non aveva paura, più di una volta aveva dormito in quella radura e ormai conosceva tutti i rumori delle piante che scricchiolavano al soffio del vento o dei gufi che veloci attraversavano la notte a caccia di cibo.
Appoggiato alla porta di legno che aveva appena finito di montare, l'uomo si riposava prima di riprendere la via di casa.
Perché quella non era casa sua.
Egli l'aveva costruita, pezzo dopo pezzo, tagliando le piante che gli servivano, portando di nascosto i chiodi e gli arnesi necessari, rubando al sonno il tempo che non trovava di giorno. Perché un oste non può allontanarsi senza dare nell'occhio, e se vive meglio degli altri, e se il cibo di solito non gli manca, è però schiavo dei suoi clienti e ad ogni ora deve essere disponibile per loro.
E adesso che era vecchio e avrebbe potuto infischiarsene di tutto e pensare solo a vivere tranquillo i pochi anni che gli restavano, se gliene restavano, adesso aveva questo da fare.

Le ombre si allungarono e il giorno volse al termine, sotto gli alberi si faceva sera più in fretta, e il fresco che seguiva il tramonto lo spinse a rientrare.
Avrebbe voluto accendere il fuoco, ma non era il momento di rivelare l'esistenza di quella casa, a primavera tutti avrebbero saputo, ma ora no. Doveva tenere nascosto il suo segreto, fino alla prima neve, poi ci avrebbe pensato l'inverno, e in seguito non avrebbe più avuto importanza se si fosse saputo.
Nella piccola casa di legno, dove ormai era quasi notte, l'uomo raccolse le cose da portar via, poi si gettò il mantello sulle spalle e uscì chiudendo con delicatezza la porta nuova.
Nell'ultima luce del giorno osservò soddisfatto la sua opera.
"Ho imparato bene a fare il falegname da giovane, mi devo fare i complimenti." Disse e si stupì nel sentire la propria voce.
Nascosta dagli alberi, la piccola casa se ne stava ben piantata e con l'aspetto solido. Aveva usato dei grossi tronchi per farla resistente e di sicuro avrebbe retto bene alle bufere che stavano per arrivare e ai venti che d'inverno scoperchiano le case spazzando via la neve e perfino i tetti.
Ma il grande camino avrebbe riscaldato le notti di chi si sarebbe trovato in quel bosco nel prossimo inverno.
Ora non restava che rifornire la dispensa. Avrebbe portato più roba possibile, caricandosela di notte sulle spalle e seguendo sempre percorsi differenti, per non rischiare di creare un sentiero che qualcuno avrebbe poi potuto seguire.

Era quasi buio e il cielo fra i rami si faceva violetto. L'uomo sospirò. Scansando i rovi si addentrò nel fitto del bosco, diretto verso casa, dove lo aspettavano per chiudere la locanda.
Camminava con il passo regolare di chi va sempre a piedi, non aveva fretta lui, come quei giovani coperti di ferro che si fermavano per poche ore a bere qualcosa e poi ripartivano nel polverone, ansiosi di arrivare da nessuna parte.
A quasi cinquant'anni egli aveva ancora paura dei cavalli, perché da bambino ne era stato morso, ed era per questo che girava sempre a piedi.
"Niente bestie per me, la mia compagnia mi è sufficiente." Diceva per ridere, in modo che gli altri ridessero con lui e non di lui.
Certo, era stata dura portare tutta quella roba nel bosco, senza neanche l'aiuto di una bestia, ma a lui andava bene così, gli animali non capiscono quando è il momento di fare silenzio, e non voleva correre il rischio di farsi scoprire.
Camminava nella notte, su sentieri che pochi conoscevano e che ormai nessuno ricordava, con cautela sceglieva la via di casa e nessuno si sarebbe accorto di lui, tanto avanzava silenzioso.
Infine uscì dal bosco e le stelle che aveva finora veduto a piccoli grappoli, colmarono il cielo come non ne aveva mai viste. Si stendevano lontane, fino alle montagne più scure dell'orizzonte e qualcuna sembrava fosse caduta nella grande pianura coperta di buio.
Ma era solo la lanterna della locanda e le poche finestre illuminate del paese, lumini irregolari fra le brume della sera che ne offuscavano la vista. I suoi passi frusciavano nell'erba che cresceva in mezzo alla strada, dove le ruote dei carri non la calpestavano, e la brezza delle montagne portava l'odore dei castagni, di fuochi e di mosto che schiumava dai tini colmi.
In lontananza vedeva le luci del castello e più in basso quelle della sua locanda. C'era ancora gente, ma stasera li avrebbe mandati a casa prima, era stanco e aveva voglia di andarsene a letto presto.
Per oggi era soddisfatto, le cose andavano per il verso giusto, finora.
Adesso bisognava pensare al resto.
Il cielo camminava con lui e le stelle oscillavano ad ogni suo passo, occhieggiando fra piccole nuvole imbiancate di luna, come neve nei campi.

Il giovane lo vide entrare e respirò di sollievo.
"Meno male che siete tornato, non sapevo più cosa rispondere a chi mi chiedeva di voi." Disse.
"Comincia a chiudere le finestre e spegni la lanterna sulla porta." Rispose l'uomo.
Il garzone si precipitò ad eseguire l'ordine, con una solerzia che non aveva avuta durante il giorno.
L'uomo si avvicinò ad alcuni clienti che dormivano con la testa sul tavolo, davanti a bicchieri coperti di ditate.
Uno dopo l'altro, delicatamente, li svegliò e li accompagnò verso l'aria fresca della notte. Nel frattempo il ragazzo veniva dietro con uno straccio ad asciugare i tavoli, perché il padrone ci teneva alla pulizia.
"In questa locanda potrebbe capitare perfino l'imperatore, siamo sulla strada principale, non voglio fare brutta figura e meno ancora essere impiccato a qualche albero, se il servizio non dovesse essere di suo gradimento. Perciò tanto vale abituarsi ad essere puliti." Diceva sempre.
E alla pulizia ci si abituava infatti. Per questo alcuni nel paese lo prendevano in giro dicendo che era un po’ fissato.
"Però ci venite a mangiare qui da me, perché non fate lo stesso da quello là?" Rispondeva lui indicando con il capo l'altro lato del paese, dove si trovava un'osteria concorrente.
Gli ubriachi, ondeggiando, scomparvero lungo la strada buia e sicuramente qualcuno già dormiva nel fosso, tanto il vino li avrebbe tenuti caldi, anche se al mattino si sarebbero svegliati coperti di brina.
Appese le tavole davanti alla porta, poi salutò il ragazzo e lo spedì a casa. Sentì i suoi passi sparire nel fruscio veloce dei piedi scalzi.
"Anche questa è finita, ricominciamo domani." Disse guardando verso le montagne nere, dove nessuna luce brillava, neanche piccola, da poter credere a una stella caduta.

Dalla stalla un rumore di zoccoli e un nitrito pieno di sonno lo salutarono mentre al buio percorreva il vicolo fino alla porta di casa.
"Cavalli... non sono buoni neanche a farci bistecche." Disse fra sé.
Tastando la pesante porta trovò il buco della serratura e infilò la grossa chiave che teneva legata alla cintura con una catenella, vicino alla borsa del denaro.
"Sei tu?" Chiese la voce di sua moglie dall'unica stanza illuminata.
"No, sono io." Rispose l'uomo, ripetendo una battuta che diceva tutte le sere. Sua moglie non aveva sorriso neanche la prima volta che l'aveva sentita, figuriamoci ora, dopo quasi vent'anni che erano sposati.
"La cena è sul tavolo, ancora calda, visto che stasera hai chiuso prima." Disse la donna alzando appena il viso dal lavoro di cucito.
Egli la osservò.
"Non puoi fare a meno di lavorare a lume di candela? In fondo mica siamo poveri." Disse.
"Intanto è una lanterna e non una candela e poi se non siamo poveri è anche perché il denaro in questa casa non si spreca, almeno da parte mia."
"Non ne dubito."
Alzò il coperchio della pentola aspettandosi la solita minestra, e fu travolto dal profumo.
"Oh mamma mia, che festa è?" Chiese sedendosi.
"Ha cucinato lei, falle i complimenti almeno." Rispose la donna indicando con un cenno del capo la ragazza che, seduta vicino alla finestra, fingeva di guardare fuori, nel nero buio dei vetri.
"Complimenti? Mangerò tutto e pulirò il piatto col pane, più complimento di questo..."
"Ma tu mangi qualsiasi cosa..." Disse fra sé la donna.
“L'odore è buono, e se è buono l'odore figuriamoci il sapore." Continuò lui cominciando a riempirsi la bocca con una fetta di pane che aveva intinto nel sugo dell'arrosto.
La ragazza non disse niente per tutto il tempo della cena di suo padre. Con apprensione osservava sua madre che cuciva rapida un grosso pezzo di stoffa bianca.

"Stanotte sognerò l'esattore delle tasse, mi capita sempre così quando mangio troppo, però ne valeva la pena, era ottimo, e non dirmi cos'era, non lo voglio sapere, basta che lo rifai spesso."
La ragazza arrossì al complimento, anche perché suo padre di rado gliene faceva. Sorrise e si guardò la punta dei piedi.
"Beh, cucinare sai cucinare, adesso puoi anche prendere marito, difficilmente scapperà da una moglie così. Veramente come cuoca mi faresti comodo alla locanda, ma quello non è ambiente per una ragazza perbene."
La ragazza si agitò sulla sedia e la donna le fece cenno di andare nella sua stanza.
La luce della lanterna ondeggiò mentre lei passava per allontanarsi.
"Ma che succede stasera?" Chiese l'uomo. "Mi sembrate strane tutte e due, forse vi dispiace che sia tornato prima?"
"Vuoi scherzare? E' che lei voleva parlarti, ma non ne ha il coraggio, perciò ti dirò tutto io." Disse sua moglie.
"Lo sapevo che c'era il trucco, ho capito che avrei dovuto preoccuparmi quando ho trovato una cena vera al posto di quello che..."
Si interruppe perché sapeva che sua moglie era molto suscettibile verso i giudizi sulla sua cucina, ma stavolta lei sembrò non fare caso a quello che egli stava per dire.
Aveva cose più importanti quella sera.

"C'è solo un piccolo problema, a parte il fatto che lui mi piace poco come genero." Disse l'uomo quando sua moglie ebbe terminato quello che aveva da dire.
"A te piacerebbe poco anche se fosse un principe."
"Hai detto bene, anzi mi piacerebbe ancora meno."
"E quale sarebbe questo piccolo problema?" Chiese la donna.
"Non mi dire che non ci hai pensato, lo sai che abitudini hanno i signori verso le ragazze che si sposano."
"Ah, ti riferisci a quello, beh perché dovrei preoccuparmi, a me non è successo non succederà neanche a mia figlia."
"A te non è successo perché quando ci siamo sposati noi, quello là - l'uomo indicò in direzione del castello - se ne stava in giro a litigare con i vicini, e quando è tornato aveva qualche problema per via di una ferita proprio lì. Ma oggi c'è suo figlio e quello non ci pensa per niente a battagliare, preferisce che lo facciano gli altri. Lui si diverte di più a spupazzarsi le ragazze dei dintorni."
Prese una mela e la strofinò sulla manica, prima di morderla.
La donna smise di cucire e lo guardò.
La lanterna faceva fumo perché l'olio stava per finire, l'uomo ne aggiunse un po’ da un'ampolla posata sul tavolo.
"Non metterci quello per cucinare, usa l'altro." Disse lei.
“L'altro lo dò ai clienti." Sogghignò l'oste.
La donna posò il lavoro e si appoggiò alla sedia.
"E' un problema sì, non ci avevo pensato. Che possiamo fare?" Disse.
"Tu hai già fatto la cosa giusta, hai sposato un tipo previdente, e così, mentre tu ricamavi lenzuola io mi sono dato da fare per le cose importanti."
"Il corredo è importante... - prese a dire lei, ma poi si interruppe - cosa stavi dicendo?" Chiese.
"Niente, non dicevo niente, lo saprai al momento giusto."
Lei preferì non insistere, tanto sapeva che egli non avrebbe detto altro. Anche a questo servono tanti anni di matrimonio, a risparmiarsi la fatica di discussioni inutili.

Il silenzio avvolgeva il villaggio e le case intorno al castello. Poche e rade luci ancora ardevano a qualche finestra e una dopo l'altra si andavano spegnendo. La notte prese possesso dei corpi e delle anime della gente, che riposava nei letti di paglia e in quelli di lana, con il respiro pesante di chi fatica per aggiungere un altro giorno alla vita.
Nella cucina, alla luce fioca sotto le grandi ombre che ricoprivano le pareti, stavano un uomo e sua moglie, a parlare della loro unica figlia cresciuta troppo in fretta. Prima che potessero finire di sognare i progetti per lei.
"E adesso che facciamo? Gli dico che se lo deve scordare?" Disse la donna parlando sottovoce.
"Non risolveremmo niente, avremmo pianti e musi lunghi per l'eternità, la conosci com'è, e prima o poi ne verrebbe un altro e il problema si ripresenterebbe, perché purtroppo è anche bella..."
"La preferivi un mostro?"
"No certo, voglio dei bei nipoti io, però ora abbiamo questo problema. Non ci penso affatto a far divertire quel giovane pezzo di merda a spese di mia figlia."
"Devi stare attento a come parli, potresti avere dei guai." Lo consigliò sua moglie.
"Mica tu glielo andrai a raccontare."
"Io no, ma sono sicura che lo dici anche giù alla locanda, ti conosco."
"No, lì ci sto attento, lo chiamo in altri modi."
"Temo di sapere quali siano, non me li dire."

Era tardi ormai ed era inutile stare in piedi a consumare l'olio della lanterna. Si poteva parlare anche dentro il letto, perciò l'oste e sua moglie se ne andarono nella loro camera a stendersi sul materasso scricchiolante.
Con un soffio si ritrovarono al buio, a respirare l'odore di stoppino bruciato. Parlarono per un po’, ma poi il sonno vinse sulle preoccupazioni e soltanto un sonoro russare venne dalla porta socchiusa.
Attraverso la finestra, la luna disegnava figure sul pavimento di pietra, spostandole pian piano, mentre il tempo passava.

La ragazza se ne stava sul letto, con gli occhi fissi nel cielo nero che vedeva dalle imposte spalancate.
Con le coperte fino al naso, rabbrividiva ad ogni fruscio di pipistrello che attraversava l'aria di fuori, ma non si alzava per chiudere. L'odore della notte veniva a ricordarle le volte che si era addormentata in quello stesso letto. Senza pensieri nè problemi, se non quelli di una bimbetta, quando ancora non era innamorata e non soffriva per le leggi che facevano i grandi e che i figli non potevano capire.
Una zanzara le girò attorno costringendola a coprirsi completamente, avrebbe respirato a fatica, ma almeno il mattino dopo non sarebbe stata ricoperta di punture.
La luce della luna scomparve e lei si ritrovò in un buio nerissimo, e per non aver paura cominciò a ricordare le cose belle della sua breve vita, fino ad addormentarsi senza accorgersene.

Ma alla fine i figli, e specialmente le figlie, ottengono quello che vogliono dai padri, perciò venne il giorno del matrimonio.
Per giorni l'uomo aveva scrutato la strada che si perdeva all'orizzonte, nel timore di veder giungere un corteo di gente a cavallo. Aveva offerto da bere a diversi viandanti pur di avere notizie, lui che di rado dava qualcosa gratis. Ma nessuno finora era giunto nè qualcuno aveva portato notizie da lontano.
Il signore del castello non era ancora tornato e nessuno parlava di un suo imminente ritorno.
Ma queste cose non si sa mai come vanno e per questo egli aveva accelerato i preparativi del matrimonio di sua figlia.
"Perché questo non è diritto, è prepotenza!" Disse a sua moglie mentre guardava il tempo fuori dalla finestra.
"Fosse almeno un bel ragazzo..." Rispose lei.
Un lampo si disegnò netto contro le nuvole livide riempiendo l'orizzonte di rami luminosi, poi giunse il tuono a far tremare i muri e i vetri bagnati.
Perché il giorno del matrimonio della figlia dell'oste non pioveva, diluviava, con grande gioia di suo padre.
Già si immaginava le strade trasformate in torrenti di fango, gli alberi stroncati dai fulmini impedire il passaggio dei cavalli e dei carri, i ponti portati via dalla piena dei fiumi...
Un altro tuono esplose più forte del precedente e l'uomo sorrise sentendo la pioggia aumentare d'intensità.
Scrosciava sul tetto e scivolava dalle tegole, cadendo con fragore sul selciato della strada. Grosse pozzanghere si andavano riempiendo tutto attorno e le foglie volteggiavano strappate dal vento e dai chicchi di grandine. Mai in tutta la sua vita aveva visto un temporale come quello, e la bufera non sembrava volesse smettere almeno per un po’. Il cielo si era fatto buio e in casa fu necessario accendere le candele per vederci qualcosa. I lampi disegnavano ombre istantanee sulle pareti delle stanze e i tuoni rombavano continuamente, il successivo a continuare il discorso del precedente che si affievoliva.
Gli alberi sbattevano di qua e di là, come le piume sugli elmi dei cavalieri in lotta, o quelle sui berretti nei giorni di festa.
Ma oggi era festa solo per lui.
Seduta di lato al camino, con l'abito più bello che aveva, sua figlia tratteneva a stento le lacrime.
"E doveva essere un giorno indimenticabile..." Si lamentava.
"Con un tempo così, davvero non lo dimenticherai." Rispose l'uomo.
"Lasciala stare, non infierire almeno." Intervenne sua moglie.
Egli le guardò.
"State parlando come se fossi io a far piovere, oppure ad aver instaurato quella schifosa abitudine. Anch'io avrei preferito un matrimonio con l'abito bianco, i fiori e la musica in chiesa, ma in fondo, date le circostanze, è meglio così."
"Però al castello non c'è nessuno e chissà quando ritorneranno, che bisogno c'era di sposarsi così di fretta e alla fine dell'autunno? Non potevamo aspettare la bella stagione?" Disse la ragazza.
L'uomo sospirò.
"Parli così perché non sai cosa dici e io non voglio entrare in particolari, ma ti garantisco che la bella stagione non sarebbe stata molto bella per te. E poiché sono tuo padre, spero, e sono quello che paga tutto, e di questo sono purtroppo sicuro, allora ti dico che tu farai quello che dico io e ti sposerai oggi, con questo tempo meraviglioso, con quel tipo che ti sei scelto, assai meno meraviglioso a parer mio, e andrai a vivere nella casa che ho scelto io. Anzi costruito io."
A queste parole la ragazza si sciolse in lacrime e posando il capo sulle ginocchia di sua madre pianse per molto tempo, mormorando frasi che i singhiozzi rendevano incomprensibili, ma che egli non avrebbe comunque compreso, né tanto meno condiviso.
"Sposarmi in una giornata così e dover pure andare a vivere in quel posto fuori dal mondo, senza vedere più le mie amiche per chissà quanto tempo."
"Le tue amiche le vedrai quando avrai un figlio in cantiere, alla fine dell'inverno. Per allora a quello là, - indicò il castello - sarà passata la voglia di spassarsela con te, se sarà tornato."
La ragazza arrossì e riprese a piangere più forte.
"Ma allora tua madre non ti ha proprio detto niente, lo sai almeno come nascono i bambini?" Disse l'oste.
"Sotto i cavoli, no?" Intervenne la donna accarezzando la ragazza.
"Col cavolo sotto i cavoli! Lo sai benissimo, non fare l'innocente con me - riprese lui verso la figlia - ti ho visto diverse volte incamminarti dentro il bosco e non credo che andaste per ciclamini tu e quel bell'esemplare che stai per sposare. E io che l'ho anche preso a lavorare all'osteria..."
La ragazza ritenne saggio tacere e si limitò ad asciugarsi gli occhi con il grembiule della madre e visto che c'era ci si soffiò anche il naso.

Fra i tuoni e lo scrosciare della pioggia, fu solo per un caso se udirono bussare.
La donna andò ad aprire e un prete grondante acqua entrò nella stanza, poi la porta si richiuse sul frastuono che allagava le strade e la campagna.
"Toglietevi il mantello padre." Disse l'oste avvicinandosi premuroso.
Una pozza d'acqua si andava formando sul pavimento di mattoni, fra i piedi del prete, che se ne stava impettito in mezzo alla stanza.
"Ma vi pare questo il giorno per sposarsi? - disse - Non si poteva aspettare la bella stagione?"
"E due, anche il prete adesso ci si mette. No, non potevamo aspettare." Rispose l'oste con un tono che faceva intendere come non fosse il caso di fare ulteriori domande. E infatti il prete non ne fece più.
Il fuoco ardeva nel camino e il religioso si avvicinò per asciugarsi le parti più bagnate. L'oste si affrettò ad aggiungere legna nel fuoco, cercando di mostrare un minimo di ospitalità, ma evitò di aggiungere altre parole alle discussioni che aveva avuto con il prete per diversi giorni. Ormai erano al dunque, non conveniva cercare di stravincere.
La tonaca fumava mentre il vapore si alzava lento.
"Non vale la pena di asciugarla, tanto fra un po’ dovremo uscire di nuovo." Brontolò il prete.
"Mica è colpa mia se piove, lei lo sa chi la manda."
"Blasfemo, non nominare il Suo nome senza motivo."
"E chi l'ha nominato?"
Nel frattempo la ragazza era pronta e si accingeva ad uscire dalla casa paterna, come si conviene ad una ragazza di buona, se non nobile, famiglia.
Sua madre spalancò la porta e il diluvio si avventò nella stanza, bagnando il bel vestito da sposa che la giovane aveva voluto indossare ugualmente, nonostante i consigli.

La chiesa gocciolava acqua da ogni tegola e i mattoni rossi avevano cambiato il loro colore in uno scuro, umido marrone. Le rose rampicanti si aggrappavano alla facciata scegliendo come male minore quello di perdere le foglie ormai ingiallite, che la grandine trascinava nella piazza. Dai camini delle case sbarrate il vento strappava il fumo disperdendolo fra le nuvole basse dello stesso colore. 

Il piccolo gruppo correva in disordine sguazzando nelle pozzanghere, fra un tuono e l'altro. Finalmente raggiunsero il portico davanti alla chiesa, dove la pioggia non riusciva ad arrivare se non a piccoli spruzzi portati dal vento.
Appoggiato al muro, con l'abito della festa e il cappello floscio di pioggia, stava un giovane che l'oste conosceva bene.
"Almeno in questa occasione arrivi puntuale, vero? Anche se piove." Disse col viso burbero.
"Beh, ci si sposa una volta sola, e poi sono venuto prima proprio per evitare la pioggia." 
"Non mi sembra che tu ci sia riuscito."
"Neanche voi però." Il ragazzo sorrise, poi vide la sua futura sposa e rimase a bocca aperta.
Non l'aveva mai vista così; il vento gelido le aveva arrossate le guance e la pioggia lucidati gli occhi, il vestito bianco che pendeva, tirato dai bordi bagnati, evidenziava la sua figura esile.
Avrebbe voluto almeno carezzarle la mano, ma era imbarazzato dalla presenza del suo futuro suocero nonché attuale datore di lavoro.
Per un istante nessuno parlò, ma momenti come questi passano in un momento e il prete pensò bene di ricondurre tutti alla realtà.
Che era quella di un matrimonio quasi a ridosso del periodo dell'Avvento e con un tempo mai visto. Egli temeva che il Signore con fosse d'accordo con quella celebrazione che andava contro tutte le usanze e che il tempaccio scatenatosi fosse l'inizio di un altro diluvio universale.
Ma non era facile discutere con il padre di quella ragazza.
"Sbrighiamoci e facciamo le cose per bene, visto che dobbiamo farle. Tu vai in chiesa ad aspettare la sposa invece di star qui come un ladro!" Disse rivolto al ragazzo.
"Io ci sarei già andato, ma la porta è chiusa e non mi sembrava bello scassinarla." Rispose quello.
Il prete trasse da una tasca della tonaca una grossa chiave di ferro e gliela porse.
Poi attesero che il ragazzo spalancasse il portone e prendesse posto davanti all'altare, prima di entrare anch’essi.

La ragazza avanzava al fianco di suo padre, con i piedi bagnati e la voglia di piangere. Alle sue spalle, dalla porta aperta veniva lo scroscio della pioggia e il rumore dei tuoni.
Solo un paio di ceri illuminavano i lati dell'altare e il prete non si prese il disturbo di accenderne altri, voleva finire in fretta quella celebrazione, e con la minore pubblicità possibile.
Già sapeva con chi se la sarebbe presa quello lì, una volta tornato.
Lo sposo non aveva parenti, la sposa aveva solo i suoi genitori, chierichetti non ce n'erano, perciò quel matrimonio fu celebrato alla presenza di quelle sole cinque persone, ognuna desiderosa, per motivi diversi, che finisse in fretta.
Fu celebrato in una chiesa in penombra, illuminata solo dai lampi che accendevano in modo sinistro le vetrate colorate, fatte per essere illuminate dal sole.
Le persone presenti si vedevano a stento e la sposa a malapena distingueva il volto pallido dell'uomo con il quale avrebbe trascorso la sua vita, lunga o breve che fosse stata.
A tastoni gli prese la mano proprio mentre il prete, con voce svogliata biascicava la benedizione, e attraverso quella voce di uomo impaurito ella sentì che li benediceva Qualcuno superiore a 
tutte quelle meschinità, talmente superiore da lasciare agli uomini la libertà di farsi del male se era quello che volevano.
"Fate come vi pare, ma poi non venite a piangere da me." Così interpretava suo padre la volontà divina.
Ma suo padre era un blasfemo e lei si meravigliava che nessun fulmine l'avesse ancora colpito.

"Almeno adesso forse lavorerai di più, visto che la locanda sarà anche tua quando io sarò morto, speriamo tardi." Disse l'oste al ragazzo, ora marito di sua figlia.
"Sarà la volontà di Dio a deciderlo." Intervenne il prete.
"Certo, certo, e chi discute?" Rispose l'uomo mettendosi la mano in tasca e facendo un gesto che anche allora aveva lo stesso significato che avrebbe avuto secoli dopo.
Poi per mascherare la sua mancanza di rispetto, dalla stessa tasca trasse un sacchetto di tela e lo porse al prete.
"Questo è il mio contributo per riparare il tetto della chiesa." Disse indicando una piccola pozza davanti all'altare, nella quale si rifletteva la fiammella di uno dei due ceri.
Il prete prese il sacchetto e sentì dal rumore che erano monete d'oro.
Senza contarle, per il momento, li accompagnò fin sulla porta della chiesa, poi salutò i due ragazzi carezzandoli sul capo.
"Dio vi benedica." Disse, e stavolta era sincero, tanto che sorrise pure.
Poi richiuse la porta e se ne tornò nella canonica, attraversando la chiesa buia ed infilandosi nella porticina dietro l'altare.

Il temporale proseguiva e ormai il giorno poteva considerarsi finito. Davanti alla lanterna, nella sua stanza, il prete contò le monete del sacchetto e non voleva credere ai suoi occhi.
Altro che il tetto avrebbe riparato con tutto quel denaro. Rimase confuso per diverso tempo, a fissare dalla finestra la campagna gonfia di umidità, e la nebbiolina che ricopriva il paese, mescolandosi al fumo dei camini.
Un'offerta così, e solo per aver fatto il suo dovere e pure di malavoglia. Per tutta la sera ci pensò, dimenticandosi di mangiare e anche di compilare i registri con l'annotazione di quel matrimonio.
Se ne ricordò solo a tarda notte, ma non ebbe voglia di scendere, l'avrebbe fatto l'indomani, se se ne fosse ricordato, tanto Egli lo sapeva che quei ragazzi non vivevano nel peccato, non era così importante che lo sapessero anche gli uomini.
Con un sospiro si rigirò nel letto, cercando di riscaldarsi dopo l'umidità presa durante il giorno.
La sua mano si allungò sotto il cuscino, a controllare che il denaro ci fosse ancora. Pensò a quante cose avrebbe potuto fare con quell'oro per il bene dei suoi poveri e ciò bastò per mettere a tacere i dubbi che gli erano venuti. In fondo egli era solo un prete di campagna, mica un filosofo come i gesuiti, per i quali tutto era peccato.
Il vento faceva frusciare gli alberi davanti alla finestra e la pioggia batteva sui vetri quando egli si addormentò.
Insieme alla sua coscienza, in pace l'uno con l'altra. 

"Beh, divertitevi, avete cibo a sufficienza per tutto l'inverno, non vi capiterà mai più un'occasione del genere. C'è chi pagherebbe per questo." Disse l'oste con un sorriso sornione.
Sua figlia fece finta di arrossire, ma molto meno ora.
“Se non nevicherà troppo verrò a trovarvi per Natale, ma sarà meglio se ne farà molta.”
"Come farete per la locanda?" Chiese il ragazzo.
"Ce la farò da solo, oppure mi aiuterà mia moglie, le farà bene piuttosto che stare in casa ad annoiarsi. E poi d'inverno passa poca gente."
Il fuoco che egli aveva acceso, ardeva nel camino della casa nascosta nel bosco e illuminava di rosso i vetri della finestra.
"Meglio che vada, voi non lo so, ma io sono stanco stasera."
Strinse le mani dei due giovani, poi con lo sguardo indicò la fiamma.
"Non lo fate spegnere che fa freddo, dietro la casa c'è legna a sufficienza."
Chiuse con delicatezza la porta e si allontanò sotto la pioggia che scendeva senza sosta, scansando col braccio le fronde bagnate che gli spruzzavano il viso.

Fece notte presto quel giorno di novembre.
Sdraiato sul letto, mentre i vestiti fumavano asciugandosi davanti al fuoco, l'uomo sonnecchiava, immaginando un mondo del futuro, dove i padri non avrebbero avuto bisogno di scacciare di casa le figlie per il loro bene, e dove i diritti sarebbero stati una cosa diversa dalle prepotenze.
Ma non era ancora abbastanza addormentato per crederci. Si voltò verso la finestra e fissò il buio di fuori.
Il temporale si allontanava, ma continuava a piovere, e ormai avrebbe continuato per tutta la notte.
Pensò a sua figlia che se ne stava al sicuro con l'uomo che amava, nel caldo di una solida casa costruita senza risparmio.
Pensò alle strade, trasformate in fiumi di fango.
Ormai stava per arrivare l'inverno e presto sarebbe caduta la neve.

Sorrise contento, pensando che nessuno viaggiava d'inverno.
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Tratto dal volume di racconti "La macchina del tempo esiste già"
di Francesco Pomponio

martedì 3 marzo 2020

Il racconto del lunedì (2 marzo 2020)

Il mare della Terra
di Francesco Pomponio

Era la fine dell'estate, ma gli uccelli non volavano a sud.
Anzi, neanche c'erano uccelli in giro, e le uniche cose a volare nell'aria ventosa erano le nuvole grigie che percorrevano il cielo della grande pianura.
L'aria era fresca e si avvertiva nelle ossa il freddo che presto sarebbe arrivato; con il lungo inverno avrebbe fatto dimenticare le belle giornate. Per questo essi si ostinavano a rimanere all'aperto, anche se dentro la casa ardeva già il fuoco nel camino e gli altri li guardavano dai vetri con sorrisi di commiserazione.
Ma cosa c'era di meglio che starsene a suonare nel portico, mentre il vento spettinava i capelli, a chi ancora li aveva?
Non era granché come quartetto, ma sicuramente era il migliore su quel pianeta, visto che c'era soltanto quello.

"Non avrebbero dovuto farvi partire a voi, alla vostra età a cosa potete servire in un posto come questo?" Aveva detto con poca cortesia il capo del gruppo di coloni quando li aveva visti, raggruppati a tremare di freddo accanto ai loro pochi bagagli. 
L'astronave era da poco scomparsa per tornare sulla Terra e la gente rimasta nell'erba si stava organizzando per trascorrere la prima notte nelle nuove case.
"Beh, potremmo se non altro raccontare com'era la Terra quando voi non c'eravate, come vivevamo prima che gente come te decidesse che di noi si poteva fare a meno. Forse a voi non interesserà, ma spero che i vostri figli saranno più intelligenti di voi." Aveva risposto quello che ora faceva da primo violino.
"Però è vero, non abbiamo portato neanche un nonno, mi piacerebbe averne uno." Era intervenuto un ragazzino.
"Io invece vorrei un cane." Aveva detto un altro.
"Ma i nonni sono meglio, non abbaiano e non mordono."
"Perché non hai conosciuto il mio!"
La gente aveva riso, poi qualcuno aveva raccolto le loro valigie e aveva accompagnato i vecchi nella casa loro riservata.

Poi si era fatto buio e tutti si erano diretti verso le piccole abitazioni, tenendo in una mano la mano di persone care, e nell'altra la busta della cena fredda distribuita per quella prima sera.
Piccole luci si erano accese alle finestre e ondeggiando si erano spostate ad esplorare le stanze, dove quella prima notte, nei letti rifatti alla meglio, i bambini avrebbero dormito con i grandi, per farsi coraggio insieme.
Il vento aveva soffiato per tutta la notte, spazzando l'erba e fischiando agli angoli delle case.

La maggior parte dei loro bagagli era formata dagli strumenti, per il resto solo pochi vestiti e qualche fotografia di quelle che ingiallivano, di quando le stampavano ancora sulla carta.
Sedevano sul cofano di auto ormai distrutte da tempo, e abbracciavano ragazze anch'esse sparite da tempo, cieli nuvolosi o prati scoloriti facevano da sfondo ai loro sorrisi imbarazzati e ai capelli lunghi e spettinati dei giorni di vacanza.
Le tenevano sui comodini, insieme alle medicine e a qualche spartito di Mozart che stavano studiando.
Poi, due volte la settimana si riunivano in quel portico aperto sulla pianura d'erba e provavano, cercando di dare un'orchestra a quella piccola comunità, per non far dimenticare la vera musica.
Quella che non esce dai lucidi dischi, perfetta e pulita, rumore gradevole e senza odori, senza il respiro di chi strofina l'archetto sulle corde, senza il sudore che scende nel collo, senza le punte delle dita intorpidite, prima di fare i calli.
Loro volevano far conoscere a quelle persone la musica che viene fuori da quei fogli pieni di palline nere e che non ti immagini cosa sia finché non l'hai suonata.

Il sole attraversava lento l'orizzonte lottando svogliatamente con le nuvole. A sprazzi illuminava di rosso i muri della casa e costruiva lunghe ombre sul pavimento di pietra. Qualche foglia volava fra i piedi dei musicisti e spinta dal vento, andava ad incollarsi sui vetri delle finestre.
Gli spartiti, saldamente fissati dalle mollette, si agitavano cercando di voltarsi prima del tempo.
"Non siamo così veloci, abbi pazienza ventaccio del cavolo!" Disse il violino.
"E poi abbiamo dei tempi da rispettare, mica si possono fare gli arrangiamenti personali su Mozart." Aggiunse il violoncello.
"Potremmo anche farli, tanto Mozart mica se la prenderebbe a male, ma non siamo abbastanza bravi neanche per suonarlo normalmente..." Commentò l'altro violino.
Il pianoforte concluse con le ultime note del brano che stavano provando.
"E' ora di rientrare, fra un po’ sarà notte." Disse il pianista chiudendo lo spartito e la tastiera.
Era il più giovane, anzi era un ragazzo, ma era lui a dirigere il gruppo perché sapeva leggere la musica, gli altri erano solo volenterosi autodidatti.
Per dieci anni aveva studiato in una scuola sulla Terra, poi per un po’ di tempo aveva anche insegnato.
Ma era venuta la crisi, e la gente non aveva più soldi da spendere in musica, e poi quella che andava allora di moda non si poteva suonare ma solo ascoltare, ed era difficile anche canticchiarla facendosi la barba o alle feste con gli amici. 
Ammesso che ci fosse stata ancora la voglia di fare feste, o amici da invitare.
Gli sarebbe piaciuto poter ricominciare in un mondo dove le cose che sapeva fare sarebbero state apprezzate e perciò era stato colpito da quell'annuncio sentito alla radio.
I suoi non c'erano più, suo padre che per mestiere guidava un veicolo da carico, si era buttato dalla finestra dopo l'invenzione del teletrasporto per le merci, quando aveva perso il lavoro. Sua madre l'aveva seguito pochi giorni dopo, perché il giorno del loro matrimonio aveva giurato di seguirlo ovunque.
Era caduta nello stesso punto del marciapiede e a lui era quasi venuto da ridere quando glielo avevano detto.
Ma poi si era ritrovato da solo. 
Una ragazza non ce l'aveva e perciò gli costò poco presentarsi per essere messo nella lista di chi voleva andarsene. Chiese soltanto di portare con sé il pianoforte, e poiché in quel viaggio non c'era nessun altro pianista, il permesso gli fu accordato, anche se lo strumento pesava più del consentito. Fu fatto passare sotto la voce 'attrezzatura', ma  egli dovette rinunciare a una parte dei suoi libri e ad una parte dei suoi soldi perché l'impiegato chiudesse un occhio.

"Invece di rientrare chiudiamo la vetrata." Disse il violoncello.
"Va bene, ma se fa troppo freddo smettiamo." Rispose il pianoforte.
"Hai paura di rovinarti la voce? Mica facciamo opere liriche qui." Intervenne uno dei violini.
"Ho paura che vi roviniate le articolazioni, alla vostra età..." Sorrise il giovane.
Le vetrata fu chiusa e il vento rimase fuori a scuotere le piante e a cercare di infiltrarsi nelle fessure.
Il gruppo riprese le prove con impegno e cento volte riprovavano lo stesso passaggio, fino ad eseguirlo alla perfezione. Perché in fondo, anche se non si prendevano sul serio, non erano poi così male come musicisti.

"E io che credevo che la chiave di violino fosse un sistema per non farselo rubare." Disse il violoncello durante una pausa.
"Cerca di essere serio se ti riesce."
"E perché mai? Mozart mica era un tipo serio."
"Ancora credi a quel vecchio film?"
"A me sarebbe stato simpatico così, perciò me lo immagino come mi pare, pensa a sviolinare tu invece di rimbeccarmi continuamente."

La notte era scesa sulla pianura e le montagne erano scomparse nell'oscurità, nessuna luce veniva da case lontane e non c'era una luna a rischiarare il cielo e offuscare le stelle.
Una fioca lanterna ardeva nel portico chiuso dai vetri, dove un giovane e tre vecchi cercavano insieme di non far dimenticare qualcosa di cui tutti avevano bisogno, anche se non lo sapevano.
Anche se in quel momento erano presi dalla necessità di sopravvivere in quel posto disabitato e così lontano dal pianeta dove erano nati.
Quando le cose si fossero sistemate essi avrebbero sentito la voglia di riunirsi la sera ad ascoltare i suoni di un mondo che non avrebbero più rivisto, dove il mare non stava mai fermo e il vento scuoteva gli stormi di uccelli che andavano al sud. Dove le nuvole erano solo intervalli fra belle giornate e non il colore costante del cielo.
Era un mondo malinconico, quello dove vivevano adesso. Il sibilo continuo del vento faceva desiderare un po’ di silenzio e il fuoco ardeva anche durante la breve estate, perché la sera il freddo scendeva dalle montagne nere e si aggirava nei vicoli regolari del piccolo villaggio. I vetri delle finestre gelavano e dentro i letti la gente si raggomitolava fra le coperte.
E col sonno pesante di chi fatica tutto il giorno non si accorgevano delle ore che passavano veloci, né della fiamma che pian piano si spegneva per diventare cenere tiepida al mattino.
E adesso il villaggio dormiva e nessuno ascoltava la musica che usciva dai vetri e si perdeva nell'oscurità.
Dentro la debole luce, gli uomini strofinavano sui loro strumenti, e l'unico tempo che contava era quello segnato sui fogli pieni di palline nere. 

Ma ormai si era fatto tardi, ed era l'ora di andare a dormire.
La vetrata illuminata spiccava nel buio che avvolgeva le poche case. 

Fuori, l'erba della pianura ondeggiava piegandosi al vento in un frusciare senza fine, come il mare della Terra.


Francesco Pomponio

Tratto dalla raccolta di racconti di Francesco Pomponio
"La macchina del tempo esiste già"
Diamond Editrice.

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